Sognare è un atto politico

Scritto da Barbara Cassioli
il 10 Ottobre 2026

Mi chiamo Barbara Nina Cassioli e mi occupo del sogno come atto politico.

Non parlo dei sogni notturni, della manifestazione o del «chiedere all’Universo». O almeno, non solo.

Parlo della capacità di immaginare ciò che ancora non esiste e di impegnarsi, da sole e insieme ad altre persone, per renderlo possibile.

Per me, sognare è un atto politico perché i nostri desideri, le nostre scelte e le nostre visioni possono cambiare non soltanto la nostra vita, ma anche il mondo che abitiamo.

Tra spiritualità, politica e cura

Il mio approccio nasce dall’incontro tra esperienze lavorative, comunitarie, sciamaniche e personali.

Faccio fatica a riconoscermi in una spiritualità new age che dimentica la politica. Allo stesso modo, non riesco a stare in contesti di lotta che lasciano fuori la cura, il corpo, il piacere e la dimensione spirituale.

Ho bisogno di tenere insieme tutti questi pezzi.

Per questo ho amato profondamente la formazione triennale La danza sulla soglia, con Sofie de la Vanth e le mie sorelle di cammino: uno spazio in cui ho potuto dare valore a tutte queste dimensioni.

Un altro mondo è possibile

Nascono da lontano il mio impegno sociale e il mio desiderio di cambiamento.

Sono educatrice e assistente sociale di formazione, ma già a diciassette anni, insieme alla mia amica E., portavo cibo alle persone senza dimora alla stazione, senza nessuna associazione alle spalle. Oppure trascorrevo la domenica pomeriggio come clown di corsia nel reparto oncologico di Modena.

Nella Bologna degli anni Duemila scrivevamo ovunque:

«Un altro mondo è possibile».

Forse per alcune persone era una moda. Per altre era una convinzione profonda.

Sono passati ventisei anni. Io ero una di quelle che ci credeva davvero.

E ci credo ancora.

Scritta da qualche parte, in Sud Italia (2024)

Perché sognare è un atto politico?

Viviamo in una società che non sostiene il sogno, perché non sostiene la vita.

Siamo dentro una crisi climatica, le frontiere continuano a uccidere, la guerra è una strategia nelle relazioni internazionali, la violenza attraversa i nostri rapporti e molte persone faticano ad arrivare alla fine del mese.

È una società patriarcale, capitalista, estrattivista, separata dalla natura e dai bisogni del vivente.

Quando siamo occupate a sopravvivere, trovare il tempo e le energie per immaginare un futuro diverso diventa difficile.

E non tutte le persone hanno le stesse possibilità di farlo. Il denaro, la salute, il tempo, la sicurezza e le condizioni di vita influenzano anche la nostra capacità di sognare.

Per questo non credo al «se vuoi, puoi». Ma non credo neanche alla sostenibilità di trovare scuse invece che soluzioni.

Perché sognare non è soltanto una possibilità individuale. È anche una questione sociale e politica.

E no, per me non va tutto bene così com’è.

Oggi, 10 ottobre 2026, lo stato delle cose continua a provocarmi rabbia, tristezza, preoccupazione e un profondo desiderio di cambiamento.

Il sogno come atto di resistenza e cambiamento sociale

È proprio per questo che considero il sogno un atto di resistenza, di resilienza e di cambiamento politico.

Continuare a dare spazio ai desideri, alle visioni, alla creatività e al piacere significa immaginare altri modi di vivere, abitare, lavorare e stare insieme.

Significa opporsi a un modello di società che ci vuole sempre produttive, omologate e occupate a sopravvivere.

Ma significa anche fare qualcosa di concreto: creare relazioni, costruire alleanze, dare vita a progetti artistici, sociali e comunitari.

Il sogno non è una fuga dalla realtà. È uno dei modi che abbiamo per trasformarla.



Quando un sogno diventa un progetto collettivo



Nei miei laboratori, cito spesso alla storia di Mediterranea Saving Humans.

Nel 2018, davanti alle morti lungo la frontiera mediterranea, un gruppo di persone ha avuto un’idea apparentemente impossibile: comprare una nave per soccorrere esseri umani in mare.

Quell’idea è diventata un progetto collettivo, sostenuto da migliaia di persone nel mondo, capace di salvare centinaia di vite e generare nuove iniziative di solidarietà in Italia, in Ucraina, in Palestina.

Cosa sarebbe successo se quel primo gruppo di persone avesse deciso che il proprio sogno era troppo grande, troppo difficile, troppo esagerato?

Ecco cosa intendo quando dico che sognare è un atto politico.

Un sogno può diventare una scelta. Una scelta può diventare un progetto. Un progetto può coinvolgere altre persone e contribuire a cambiare la realtà.



Di questi tempi, continuiamo a sognare

Smettere di sognare non è soltanto una rinuncia personale. È anche una perdita collettiva.

Perché ogni volta che rinunciamo a immaginare qualcosa di diverso, rinunciamo alla possibilità di costruirlo e alle sensazioni, al piacere, all’attraversamento delle difficoltà, a tutto quello che quella rinuncia soffoca.

Per me sognare significa tenere insieme il desiderio personale e la responsabilità collettiva, la spiritualità e la politica, la cura e la lotta, il piacere e il cambiamento sociale. Significa rendersi conto di avere un potere, rigenerativo e biofilo, e una responsabilità, che è una capacità di rispondere, letteralmente.

Di questi tempi, sognare resta un atto creativo, vitale e politico.

Un atto a cui, per come vanno le cose nel mondo, non possiamo permetterci di rinunciare.

Mi chiamo Barbara Nina Cassioli, la Zia Babi, e mi occupo di percorsi e laboratori creativi per donne che hanno il desiderio di innescare dei cambiamenti nella loro vita e dare spazio ai propri sogni.
Magari anche tu, vuoi cambiare qualcosa della tua vita senza mollare tutto, oppure, vuoi saltare ?!
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