Ieri una donna mi ha scritto una domanda nel box di Instagram dedicato ai sogni: «Come si fa a realizzare i sogni se si è occupate a pensare a come far arrivare a fine mese la famiglia?»

Tutte le foto sono di Shana Carrara
Benvenuta in questo spazio!
Sono la Zia Babi, cioè Barbara Nina Cassioli, educatrice, assistente sociale e facilitatrice di percorsi 1:1 e laboratori creativi di gruppo per donne che hanno intenzione di innescare dei cambiamenti nella propria vita dando spazio ai propri sogni.
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Partiamo dal presupposto che io credo che il nostro sia un sistema economico, sociale, politico, culturale, spirituale — tutto — che non è adatto al vivente. Per cui non è adatto nemmeno agli esseri umani e ai loro sogni.
I sogni per me sono qualcosa di vivo. Hanno a che vedere con la capacità innata degli esseri umani di creare. È una capacità innata perché noi stesse ci siamo create da due cellule invisibili e siamo diventate delle creature in carne e ossa, più o meno alte, più o meno grandi, però, insomma, tridimensionali. Vive. Tangibili.
Questo sistema non è adatto al vivente perché è un sistema capitalistico, patriarcale, molto violento nei confronti della Terra, il pianeta che ci ospita, e degli esseri viventi. Un sistema che si è profondamente sradicato e sconnesso dall’ecosistema natura. Cosa che non è tipica e definitiva degli esseri umani perché tante società matriarcali del passato e anche del presente ci dimostrano che un altro stile è possibile. Ma non apriamo qui questa grande parentesi e torniamo alla domanda.
Come si fa a occuparsi dei propri sogni se si è impegnate a far arrivare a fine mese la famiglia?
Questa domanda mi suscita diverse riflessioni. È una domanda enorme, che coinvolge tanti piani. Sembra troppo grande per un box di Instagram, ma forse da qualche parte bisogna pur cominciare a chiedere.
Il punto, per me, è quanto spazio le diamo dopo. Io non conosco il tono con cui questa donna mi ha scritto e non so che tipo di risposta si aspettasse. So che Instagram ci abitua alla velocità: prendo la ricetta per disintossicarmi da un reel, leggo il post del mentore X, mi riconosco nei dieci sintomi di chi ha l’ADHD scritti su un post che leggo in pausa pranzo. Alzi la mano chi non l’ha mai fatto.
Ma questa domanda merita spazio. Non c’è una risposta unica: ci sono un milione di risposte. E io non sono la persona, la donna, l’educatrice, la professionista, la facilitatrice che risponderà con una lista di indicazioni.
Posso rispondere con un’immagine: un salotto, una valigia e uno specchio.
Il mio scopo non è confezionare una risposta, né su Instagram, né con questo articolo, né con un podcast, neanche con un percorso 1:1. Il mio scopo non è di rispondere, ma di accompagnarti ad acquisire gli strumenti necessari per poter affrontare, come individuo e collettività, questa domanda.
La mia postura, la mia posizione, è quella di un salotto, perché è uno spazio che creiamo accogliente e sicuro insieme; di una valigia, perché dentro ci sono degli strumenti con cui rispondere a questa domanda; e di uno specchio, perché questa è una domanda che ci dobbiamo fare allo specchio e insieme.
Non ce l’ho io, la risposta. Non c’è una risposta che vada bene per tutte.
E ritorno al principio: abitiamo in una società che considero estremamente violenta, inadatta al vivente, inadatta ai sogni. Una società che spesso i sogni li soffoca sul nascere perché è così che può mantenere in vita sé stessa.
All’interno di questa società ci sono dei privilegi e delle condizioni che certamente agevolano o mettono in difficoltà la realizzazione dei propri sogni. Per cui non mi troverete dalla parte del «if you want, you can» e via andare. Ma mi interessa anche cercare il pezzo su cui possiamo agire. Perché il rischio di cadere in quella che io (se hai fatto anche solo UN percorso con me, lo sai) chiamo “paraculaggine” esiste. Ed esiste perché siamo esseri umani fatti per sopravvivere, non per cambiare.
Il confine tra “sto rispettando i miei limiti” e “sto trovando una scusa” può essere strettissimo e certamente è soggettivo e mutevole. Non lo posso stabilire io da fuori. Possiamo però esplorarlo insieme, con sincerità, senza dare per scontato che ogni ostacolo sia una scusa o che ogni situazione sia immutabile.
È necessario tenere in considerazione il tipo di società in cui siamo, certo, ma anche considerare la vita che io ho e che, attenzione, in parte, di sicuro, ho scelto. Questo per me è importante sottolinearlo: ho scelto. Con quello che avevo, sì, però c’è un pezzo di responsabilità. Io me la devo prendere, perché la responsabilità non è una colpa. La responsabilità è la capacità di agire. La responsabilità è quella cosa che ci contraddistingue adulti, che possiamo rivendicare. Non è «se voglio, posso». È chiedermi: «Che cosa posso, adesso?». Quel “posso” è connesso al mio potere personale, creativo, trasformativo. “E cosa sta soffocando il mio ‘POSSO'”?
Dunque la mia domanda non è tanto «Ma come si fa?», ma: «Ma come faresti? Ma come facciamo?».
Io so che da parte mia posso dare degli strumenti che aiutano le persone a innescare dei cambiamenti, a dare spazio ai propri desideri. Potrei dire “a prescindere dalla situazione personale” che per me vuol dire: integrando la situazione personale come un dato, come un elemento. Non perché tutte possiamo, e dobbiamo, (e vogliamo) correre la stessa maratona.
Alla domanda “come si fa a realizzare i propri sogni se si è occupate ad arrivare a fine mese?” io non ho una risposta, perché io non devo avere una risposta. Perché farlo sarebbe un delirio da guru contemporaneo: ti dico io che cosa devi fare. Oppure anche da religione monoteista: c’è un solo Dio, una sola verità. O anche, un desiderio grande, e lo capisco, di aiutare una persona a trovare la sua strada. “Vieni, ti indico io la vita!” potrebbe anche avere un buon intento, ma non è realistico.
Posso rispondere a quella domanda con una serie di indicazioni?
No, (amo!!!), perché ci sono mille strade per arrivare agli obiettivi. E soprattutto è interessante percorrere quelle strade. Non sono interessanti soltanto, sempre e solo gli obiettivi, perché anche questa è una logica capitalista: devo arrivare lì. Li devo realizzare tutti e subito ‘sti sogni.
La strada, il sentiero, la traccia, il viaggio per me è interessante. Però per percorrere quel viaggio io ho bisogno di avere degli strumenti, di fare delle modifiche alle mie abitudini, di coltivare la mia autodisciplina, di portare nella mia vita un altro tipo di postura, di fare delle scelte e di pagare dei prezzi.
Questa cosa di pagare un prezzo… è un piccolo dettaglio? No, non è un piccolo dettaglio, e probabilmente questa tematica richiederà un articolo a parte.
Infine, un altro aspetto interessante di questa domanda “come si fa a occuparsi dei propri sogni se si è prese a far arrivare a fine mese la famiglia?” è che questa domanda ha bisogno di un collettivo. E’ da affrontare con cinque, dieci, tre, quindici, ventisette, cinquantadue persone, all’interno di uno spazio sicuro, organizzato, tutelante, in cui veramente ci mettiamo nella posizione: io lo voglio sapere, io lo voglio trovare il mio modo, quello adatto adesso, in questa dimensione, in questo momento della mia vita.
Figli, mutuo, lavoro di cura, difficoltà economiche ma anche paura, insicurezza, mancato supporto emotivo pregresso: sono elementi reali della vita, con cui fare i conti. La domanda che mi interessa è: dentro queste condizioni, che cosa possiamo cercare? Quali sostegni servono? Che cosa possiamo cambiare, anche insieme?
Ho avuto la fortuna di conoscere tante persone che, partendo da condizioni durissime, hanno trovato modi per continuare a sognare e realizzare. Le loro storie mi mostrano possibilità. Non sono una misura con cui giudicare la vita delle altre, né una prova che tutte possano fare lo stesso.
Soprattutto, io non voglio che sia una gara. A chi ha più privilegi o a chi ne ha meno. Perché non è un atteggiamento fertile. Non predispone veramente il terreno ad accogliere nuova vita. Voglio piuttosto che sia come una ricetta: ho questi ingredienti. È innegabile che se io ho il cioccolato più sopraffino dell’equo-solidale oppure ho il cioccolato di merda dell’ultimo dei discount, mezzo scaduto, sicuramente la qualità del prodotto è diversa.
Sicuramente se io ho tre ernie nella schiena — dico una cosa a caso, eh! — o non ne ho nessuna, è diverso. Però se io ho tre ernie, ho tre ernie. Devo fare i conti con le mie tre ernie. Non posso far finta che non ci siano. Posso, devo, voglio però cercare e coltivare e sperimentare gli strumenti che mi servono per prendermene cura, con il sostegno adatto alla mia situazione.
Non so da fuori che cosa sia possibile per un’altra persona. Ma mi interessa questa domanda: con questo aspetto della mia vita abbracciato forte, come posso camminare? Come posso andare avanti? Come posso andare in questa direzione?
Non per forza da sola, magari coinvolgendo altre persone. Molto più che “magari”!
Penultima cosa: un piccolo pensiero sulle scelte. Con quel che avevo, ho fatto delle scelte, ho pagato prezzi e queste decisioni hanno delle conseguenze.
Ehi! Ma le scelte sono una cosa (anche) bella. Dicono qualcosa di noi, le scelte. Mi piace anche l’idea di dire: «Cazzo, la rivendico». Oppure mi dico la verità, mi dico: «Ho fatto delle scelte che adesso non rifarei».
Succede. Siamo degli esseri umani e no, non è semplice. Ma non penso che lo scopo della vita sia che sia semplice. Forse non lo so qual è lo scopo della vita. Forse in questo momento neanche mi interessa troppo.
Il mio interesse in questo momento è accompagnare la ricerca intorno a questa domanda: come si fa a dedicarsi ai sogni se si è impegnate a far arrivare a fine mese la famiglia?
Ogni situazione è talmente diversa dalle altre, ogni percorso è talmente unico, che noi non possiamo né aspettarci né copiare né pretendere né estrapolare una risposta dal fuori. È interessante quando guardiamo fuori, ma è diverso chiedere aiuto oppure aspettarsi una ricetta.
Potrei rispondere: «Comincia con cinque minuti al giorno».
Cinque minuti possono essere un inizio. Per qualcuna, in questo momento, possono essere il primo spazio concretamente possibile. Quello che mi fa venire l’orticaria è che diventino l’orizzonte a cui dobbiamo aspirare: cinque minuti al giorno di piacere per noi.
Io non sono venuta al mondo per accontentarmi di cinque minuti al giorno di vita mia. Ah, per me per niente.
Non è la mia postura, non è la mia direzione. Non è quello che visiono e auspico per le donne che accompagno nei percorsi. Le vedo regine. Cinque minuti su ventiquattro ore? A me fa incazzare che sembri normale doverci accontentare di questo. Vorrei che ci chiedessimo anche come allargare quello spazio.
Potrei rispondere così “Cara, inizia da cinque minuti al giorno!”? Non rispondo così. La mia risposta è: sediamoci.
Cominciamo a chiedercelo, a mettere in atto delle pratiche, a utilizzare degli strumenti, a integrare delle nuove abitudini, a fare delle scelte, a dire dei no, a dire dei sì. Cominciamo a essere presenti nelle scelte che facciamo, senza dimenticarci della nostra condizione e senza fare paragoni con le altre persone.
«Ah, lei fa così, allora anch’io faccio così». Questa cosa non è sostenibile, non è reale, non è vera.
È per questo che io mi occupo di proporre e facilitare dei percorsi, che a volte sono percorsi di gruppo, a volte sono percorsi individuali. La disponibilità fondamentale che chiedo è quella di farsi attraversare da quella domanda. O dalla propria domanda.
Io nasco professionalmente come educatrice e assistente sociale: lo scopo è il mutamento, la trasformazione di una situazione. Lo sguardo va anche verso l’orizzonte del benessere, tenendo conto del terreno su cui poggiamo i piedi.
Per me questa domanda “Come si fa a realizzare i nostri sogni se si è impegnate a far arrivare a fine mese la famiglia?” è interessante se questa domanda la vogliamo davvero attraversare, ma fisicamente, e al tempo stesso se ci facciamo attraversare da questa domanda. Come i semi che si spaccano per germogliare. Fa male!
Mi occupo di percorsi educativi sotto forma di laboratorio, di laboratori creativi, perché ho il desiderio, ho la visione di un altro tipo di società: una società che tiene al centro la vita e con essa i sogni e i desideri delle persone.
Sono consapevole del fatto che non basta volerle, le cose. Non basta avere talento, non basta avere soldi, non basta avere privilegi. Non basta. E a volte non è nemmeno fondamentale.
È necessario costruire un campo che abbia un terreno fertile per poter accogliere i semi, farli tenere a dimora, germogliare, farli diventare piantine, alberi, alberi da frutto.
Per questo servono strumenti, serve disciplina, servono delle alleanze, serve la cura dei mostri, serve tempo, serve fiducia, servono crisi, serve la percezione di essere parte di qualcosa di più grande.
Per cui serve una ristrutturazione del sistema economico, sociale, politico, spirituale, materiale, relazionale, educativo in cui viviamo. E perché questo avvenga, intanto possiamo cominciare a far sì che il nostro sistema personale e collettivo vicino cominci a cambiare.

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